- 28 Maggio

Il mondo in Classe alle scuole medie

Anita del Branco Fiore Rosso di CNGEI Firenze 2 ha deciso di raccontarci del mondo visto da una Classe di una Scuola media.

Ho deciso di scrivere un articolo, un articolo che parli della scuola dal mio punto di vista.
Sono in prima media, come altre migliaia di ragazzi.

Sono circondata da professori, amici e conoscenti, come gli altri corro per i corridoi, parlo con la mia compagna di banco e faccio i compiti.
Il primo giorno di scuola della prima media, come tutti gli altri ero eccitata di iniziare un nuovo percorso della mia vita, e mi chiedevo se sarei stata bene, se avrei avuto degli amici, se avrei avuto dei bei voti, ed ero molto in ansia.


Poi mi sono voltata, e ho visto che in classe era arrivata una bambina del Bangladesh che non parlava una parola di italiano, né di inglese. E mi sono chiesta come sarebbe stato per me arrivare in una scuola nuova senza conoscere niente di quella lingua e di quella cultura.
I professori non riuscivano a comunicare con lei, e quindi fino a novembre la mia nuova compagna è stata china con la testa sul banco ad annoiarsi, perché non riusciva a capire nulla della lezione.
Io all’inizio non me ne ero accorta, ero troppo occupata a pensare alla mia di situazione.
Poi ho aperto gli occhi, e ho capito che la scuola se ne fregava apertamente di lei.
E ho provato rabbia. Una ragazza come me, che veniva trascurata, lasciata in un angolo a non fare niente, assolutamente niente.

Dopo qualche mese ha iniziato ad andare al Centro Ulisse, un corso per i bambini stranieri che non parlano o devono perfezionare la lingua italiana, che si tiene durante le ore scolastiche.
Prima andava un’ora, poi due ore, e infine quattro.
E le altre ore che fa? Nulla, sta china sul banco a giochicchiare con la matita.
E così è ancora, anche se siamo a maggio.
Dovrebbe aver imparato un po’ di italiano in sei mesi, ma riesce ancora solo a dire “Come ti chiami?” “Quanti anni hai?” “Come stai?”
In tre ore o quattro alla settimana non si impara molto.

Ho continuato a guardarmi attorno, e ho notato che l’avevano messa accanto ad un’altra bambina che è nata in Italia, ma ha i genitori del Bangladesh, così poteva farle da “traduttrice”.
Solo che questa bambina non deve solo pensare ai suoi compiti, ma anche tradurre le frasi dette dai professori, e rimane indietro pure lei.
E poi ogni tanto non si capiscono, e per tradurre una semplice frase ci vuole anche mezz’ora. I prof non si possono permettere di perdere mezz’ora di ogni lezione.
Il giovedì facciamo un’ora di lettura, ognuno legge un libro, mentre la mia compagna che non parla italiano fa degli esercizi di grammatica che le danno al Centro Ulisse.
Un giovedì il prof ha detto alla mia compagna di fare i compiti, e lei ha scosso la testa, e ha sussurrato qualcosa alla “traduttrice” di classe, che ha detto al prof:
– Non riesce a capire i compiti che le hanno dato al Centro Ulisse.

Quindi non solo fa quattro ore di italiano alla settimana, ma addirittura le danno dei compiti che non riesce a capire.
Io ero sempre più arrabbiata, e sempre più stupita del comportamento totalmente indifferente della scuola.

E non solo verso di lei, ma anche verso i bambini italiani con genitori stranieri. Bambini nati, cresciuti in Italia, che hanno sempre frequentato la scuola qui. Tante volte magari non riescono a capire i compiti, e chiedono aiuto ai genitori, che non sanno come aiutarli.
Io vedo in classe che questi bambini o ragazzi dicono che a loro non importa se vanno male a scuola, non gli importa se prendono brutti voti, e quindi fanno finta di essere indifferenti, anche se in realtà non è vero.
Questi bambini e ragazzi non sono stupidi, e presto capiranno che la scuola li trascura, li abbandona a se stessi.
E odieranno la scuola. Perchè a scuola, molto più che in altre circostanze, si sente il fatto di provenire e di avere altre culture e loro vivono tra due culture: una è quella della loro famiglia, e una è quella che imparano e che studiano a scuola.
E non vogliono rinunciare alla cultura del loro Paese. E io mi sono chiesta: perché dovrebbero?

Quando parliamo della loro religione e delle loro usanze, ci sentono e sono felici di raccontarci tutto su quell’argomento di cui noi non sappiamo niente.
Una volta è venuta a casa mia una mia compagna che ha la famiglia che proviene dal Bangladesh e abbiamo visto un film su una ragazza indiana, e lei mi ha spiegato con cura tutte le usanze e tutti gli abbigliamenti che ci sono in India.
Nella vita e nel mondo, ci sono disuguaglianze e disparità, e a mio parere la scuola dovrebbe cercare di ridurle. Ma non lo fa.

C’è un’ultima cosa che voglio dire.

Per quanto possa essere attenta e osservatrice, è normale che io, una ragazzina di undici anni mi accorga di queste situazioni e di questi problemi?
E gli adulti non se ne accorgono?

Perché se andassimo a chiedere ai professori e agli studenti se la scuola è attenta e comprensiva verso questi bambini e ragazzi, io sono certa che nessuno risponderebbe di sì.
Io capisco i professori, che hanno già tante cose per la testa, e non sto accusando la singola persona, ma il sistema.
Grazie.

di Anita Fusani